Nicolas Moussalem è un giovane designer emergente nato in Libano. Dopo gli studi a Beirut si è trasferito a Milano per studiare product design. Durante il suo tirocinio ha lavorato con Diego Grandi collaborando strettamente con lui per lo sviluppo del sistema per la tavola Un e mezza, di una famiglia di giochi educativi in legno e altri prodotti. Rientrato in Libano, è stato responsabile per un anno del progetto di interni e del product design per l’Hotellerie SA, seguendo lo sviluppo di un nuovo design hotel. Nel 2011 con il collega di SPD David Raffoul ha fondato lo studio david/nicolas con base a Beirut.

INIZIAMO DAL PROGETTO Un e mezza che hai completato durante il tirocinio presso lo studio di Diego Grandi. è vero che L’intero progetto ha preso avvio da un piatto che Diego ha gettato a terra il primo giorno in studio?

Sì, Diego voleva spingermi a guardare dentro l’oggetto, ad analizzare la natura profonda del materiale, le sezioni, i raggi. Cosa che effettivamente mi ha aiutato moltissimo a comprendere la relazione fisica tra il contenitore e il contenuto

da dove viene il nome del pezzo, Un e mezza?

“Mezza” in Lebanon – where i come from – is a mix of “antipasti” but it is not served in individual portions. We place the “mezza” in the middle of the table and everyone digs in, it’s all about sharing. The name also refers to lunch time even though I don’t like to call it lunch because it is so much more than having a meal, it’s a social ritual.

Fino a che punto le tue origini libanesi hanno influenzato questo progetto?

Sono rintracciabili nella geometria del piatto e nel processo quasi matematico di addizione/sottrazione che genera nuovi pattern. Come risultato tutta la tavola diventa un paesaggio fluido, in continua trasformazione, da comporre e ricomporre. Anche il vassoio gioca con l’idea di modularità. Credo che la cultura del cibo su cui si fonda questo progetto sia diventata ora molto contemporanea, globale. E tra l’altro il Libano è sempre stato una piattaforma per spingere all’intergazione tra le diverse culture.

Come giovane designer profondamente immerso nella cultura digitale cosa hai imparato da un progetto dalla vocazione così marcatamente artigianale?

Effettivamente ha rappresentato una vera svolta per me. Tutto o quasi è possible in un ambiente digitale ma poi, quando si va in produzione la realtà fisica delle cose sa dare lezioni anche dure. Ho iniziato questo progetto in 3D ma non avevo idea di come il materiale avrebbe risposto. Ho dovuto passare molto tempo dal ceramista curando tutti i dettagli, dallo stampo ai colori alle finiture. Per esempio non essendo riusciti a contenere lo spessore del piatto come volevamo, abbiamo scelto una palette abbastanza scura per attenuare la percezione visiva di “peso”.