Rui Pereira è un designer portoghese. Dopo la laurea a Porto si è trasferito a Milano per perfezionare i suoi studi in interior e product design in SPD. Ha collaborato come designer con Patricia Urquiola per alcuni anni. Attualmente lavora a Copenhagen in Danimarca per Hay, oggi una delle aziende più interessanti e dinamiche del panorama internazionale. Accanto alla sua occupazione principale, continua a sviluppare progetti indipendenti in collaborazione con altri designer e gallerie.

attraverso il progetto Lateira sembri porre in modo sottile alcuni interrogativi di natura economica e politica. due tipiche tradizioni produttive portoghesi, entrambe a Rischio di scomparsa, sono qui associatE al di là del puro design di prodotto. qual è il tuo intento?

Lateira nasce come una riflessione sull’industria conserviera del pesce e sulla sua importanza per il patrimonio socio-culturale portoghese. Mi interessava combinare un prodotto di natura industriale con uno artigianale con l’obiettivo concreto di cancellare la percezione sfavorevole associata al consumo di un cibo povero come le sardine in scatola. A mio avviso la produzione di oggetti artigianali in serie limitata sarà senz’altro un fattore importante per il futuro delle nostre economie. In una società che riconosce sempre più il volore dei prodotti fatti a mano e a impatto zero, è essenziale creare sinergie tra designer e artigiani. Lo sviluppo di progetti che uniscano questi due mondi è la chiave per creare un’economia parallela in grado di soddisfare nuove nicchie di mercato.

Immagina di camminare per le strade di Porto e di vedere le tue ceramiche Lateira in un negozio di souvenir. E immagina di trovare gli stessi pezzi anche in una galleria d’arte o in un negozio di design: fino a che punto è il contesto a determinare la percezione del prodotto e il suo valore intrinseco? E nel tuo caso specifico, dov’è il limite tra il cosiddetto “good-design” e il “non-design”?

Questo progetto ha diversi livelli di lettura. Per me è importante che il consumatore sia coinvolto dal mio lavoro, non importa se questo avviene in un negozio di souvenir o in una galleria. Utilizzando la lattina come una tela vuota, l’oggetto conquista spazio, sia nella forma che nelle dimensioni. Il mio obiettivo era la chiarezza, l’efficacia visiva. Ho anche sviluppato uno specifico carattere per le scritte ma lavorare con artigiani che sono abituati a fare lo stesso lavoro da 40 anni può riservare sorprese.

Qual è l’anima più profonda del design del tuo paese? In che modo ti riconosci un progettista portoghese?

A mio avviso non esiste un’anima specifica, lavoriamo tutti in direzioni molto diverse. Dal momento che ho vissuto a Milano per quattro anni e ora sono di base a Copenhagen, la mia percezione del design portoghese è quasi quella di un outsider. Tuttavia ci sono senz’altro alcuni elementi che ci accomunano: l’uso di materiali locali, l’artigianato, l’orgoglio per il nostro patrimonio di tradizioni e cultura.

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