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INCONTRO CON THOMAS MEYERHOFFER

INCONTRO CON THOMAS MEYERHOFFER

Martedì 29 ottobre in SPD la lecture del designer di eMate e iMac.

«Il mio studio è in California, sulla spiaggia ma ci è voluto molto per arrivare a questo punto». Trentasette anni, di Stoccolma, Thomas Meyerofferracconta agli studenti SPD il design da un punto di vista personale, da progettista uscito da una scuola non molti anni prima. Oggi ha al suo attivo esperienze in paesi diversi, collaborazioni con aziende di piccole e medie dimensioni ma anche con colossi dell’ICT come Apple o Nec, oltre a un lavoro in fase di sviluppo per Cappellini. Al di là del successo planetario di alcuni dei suoi progetti, come bagaglio professionale Meyeroffer ha acquisito la consapevolezza di quanto l’approccio al design cambi a seconda delle situazioni di lavoro: come consulente, come professionista con un proprio studio o all’interno di una corporation.

Per questo insiste sul rapporto con il cliente/azienda che il designer deve costruire in un’ottica di ascolto e negoziazione. È un atteggiamento al quale ci si deve educare per realizzare gli obiettivi in cui si crede. «Il design è un pezzo di informazione non quantitativa: quindi è molto importante domandare, convincere e promuovere il design dall’interno dell’azienda stessa (…) Alcune aziende sono in grado di capire quello di cui hanno bisogno» continua «Possono dirti che vogliono un concept; in altri casi il brief è molto specifico e il lavoro cambia completamente».

Non stupisce che esperienza in Apple abbia inciso profondamente sulla sua carriera. «Quando lavori in una corporation il tuo risultato è amplificato perché accedi alla produzione di massa e i tuoi oggetti vengono distribuiti in tutto il mondo. (…) Ma devi anche imparare a lavorare con le risorse a tua disposizione, seguire tutto il processo e controllare ogni fase». Quando Thomas arriva a Cupertino il nuovo chief designer Jonathan Ive sta innovando il design di Apple. Meyeroffer e un collega diventano i driver di questo cambiamento. «Il design non è stato solo creare nuove forme per nuovi computer, ma riuscire a fare tutto questo dall’interno, rispetto alle esigenze del marketing o degli ingegneri che spesso vanno in direzioni diverse dalla tua». Apple aveva una forte core idea: «il computer progettato non era per l’ufficio, era per la persona». E una chiave del suo successo è stata proprio la possibilità di orientare l’engineering sulle base delle esigenze del design, utilizzando quest’ultimo come come leva per far comprendere a tutti, all’interno e all’esterno dell’azienda, quale fosse la direzione intrapresa: «È come guidare un esercito, hai le tue bandiere, il tuo logo e tutti vanno in un’unica direzione». Per sostenere il suo nuovo design Apple ha avuto l’abilità di cambiare il suo marketing e l’advertising immediatamente. Invece di parlare di tutto e mostrare il prodotto nell’angolo, l’attenzione era finalmente sull’oggetto. «Anche la corporate image è partita davvero dal nostro lavoro; poi ci siamo rivolti all’agenzia. Noi abbiamo curato il positioning, ingrandito il logo, usato i colori traslucidi, realizzato i promo, creato l’identità…».

Meyeroffer si mostra scettico verso i consulenti che fanno strategia dall’esterno, sulla base di ricerche di mercato. È convinto che concentrandosi sul prodotto, in uno o due anni si possa cambiare l’immagine di un’azienda in modo radicale. L’azienda è il prodotto stesso perché è così che tu, consumatore, la percepisci, ha significato per te e ti racconta una storia. Per questo l’incontro si chiude con un paradosso: «Personalmente non sono molto interessato al design in se stesso. Amo piuttosto fare surf. Penso che il mio lavoro sia costruire storie come in un puzzle. L’approccio tradizionale, di designer anche molto bravi, è “oggi mi siedo e faccio uno sketch”. A scuola pensavo che la cosa più difficile fosse cominciare. Oggi per me il design è un processo continuo. Sono i vari pezzi che elabori via via, si aggiungono al tuo lavoro in progress, ti portano a farti una domanda o a seguire una direzione invece di un’altra». Una presa di posizione confermata anche da una frase che appare sul suo sito www.meyerhoffer.com: “I’m interested in icons that communicate a familiarity, objects from your memory. Once you emotionally engage with an object, you’ve started a relationship”.

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