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VISUAL DESIGN | SPD TALKS! CON JURG LEHNI MARTEDì 13 FEBBRAIO

VISUAL DESIGN | SPD TALKS! CON JURG LEHNI MARTEDì 13 FEBBRAIO

Da Zurigo, un’esperienza al confine tra ricerca, arte, grafica e programmazione.

Jürg Lehni, designer, programmatore e artista svizzero, è stato ospite della Scuola Politecnica di Design martedì 13 febbraio. L’incontro aperto al pubblico, è stato introdotto da Silvia Sfligiotti, SPD, nell’ambito del cicloSPDtalks!, il programma di lecture con designer internazionali organizzato dalla scuola per far conoscere alcune delle direzioni di ricerca più interessanti nell’ambito del graphic design contemporaneo, del product e car design, dell’architettura.

Designer e artista, Jürg Lehni interviene sulle tecnologie per ampliare le possibilità della progettazione visiva. È conosciuto per lavori di ricerca comeScriptographer, un plug-in open source che permette di personalizzare ed espandere Adobe Illustrator, Hektor, una macchina portatile per graffiticontrollata da un laptop, e Vectorama, un playground tramite il quale gli utenti possono creare collettivamente online immagini vettoriali. Per conoscere il lavoro di Lehni www.scratchdisk.com.

Integrazione tra media diversi, tra progetto e tecnologia, tra sperimentazione e professione saranno al centro di tutti gli incontri di SPDtalk! che si svolgeranno fino a maggio 2007 presso la sede di SPD, a Milano in via Ventura 15. Tra gli ospiti in calendario per la comunicazione sono da segnalare anche gli olandesi di Lust e l’eclettico Martì Guixé.

Di seguito alcuni passaggi dell’incontro con Lehni.

Silvia Sfligiotti: Parliamo dei due progetti per cui sei più conosciuto: Hektor and Scriptographer. Quale hai sviluppato per primo?
Jürg Lehni: Si è trattato di due progetti molto ravvicinati. Il primo è stato Scriptographer che ho iniziato nel 2001 anche se ho finito più tardi. Mentre Hektor è stato il mio progetto di tesi all’Ecal, nel 2002. Ma entrambi sono nati dall’impulso che mi è venuto allora.

SS: Così si può dire che tu abbia trovato un ambiente stimolante per sviluppare i progetti che avevi in mente…
JL: La mia formazione è stata una sorta di lenta transizione, un lungo processo di maturazione. Sono partito da un background di tipo informatico e sono passato attraverso un corso di media design a Basilea. Alla fine sono approdato in una scuola molto vicina alla grafica dove frequentavo la specializzazione in interaction design anche se di fatto seguivo più I corsi del dipartimento di grafica. Penso che sia stato estremamente positivo per me essere a contatto con quest’area. Questa è stata la vera ragione per cui ho scelto di entrare all’Ecal. Ho realizzato che non mi serviva approfondire I problemi tecnologici o la programmazione. Quello che volevo imparare aveva a che fare con il design. Si trattava di trovare il modo di applicare la mia particolare metodologia di lavoro al graphic design. Ritornando a Scriptographer, è nato da una sorta di reazione a quello che potevo osservare all’Ecal. Le persone intorno a me lavoravano moltissimo con la grafica vettoriale ma senza accorgersi di quanto gli strumenti che impiegavano definissero il loro modo di lavorare. Pensavo che fosse davvero sorprendente questa mancanza di consapevolezza della peculiare estetica creata dalla natura astratta, matematica delle forme generate dal software. SS: Questo perché tutti siamo condizionati dagli strumenti che usiamo tanto da venirne assorbiti
JL: O perché siamo condizionati dalla scuola. Ecco perché volevo creare una dimostrazione tangibile di questa evidenza attraverso un nuovo applicativo, uno strumento per ampliare le potenzialità di Illustrator, un programma fondamentale per la grafica, offrendo ai suoi utilizzatori l’opportunità di aggiungere o cambiarne le funzioni.

SS: Insomma, è stato come aprire uno spiraglio per inserirvi nuove possibilità…
JL: Sì. Oppure come fare una breccia nella porta grazie a un cavallo di Troia per poi creare una comunità online di utilizzatori che potessero condividere questo nuovo approccio open source.

SS: È stato problematico lavorare con il software sviluppato da una delle più grandi aziende del settore per un progetto con uno spirito marcatamente open source?
JL: Si è trattato di un confronto. Ed è abbastanza sorprendente constatare come ora, a distanza di alcuni anni, Adobe stia iniziando a capire come l’open source possa essere interessante anche per loro. Certo non dico di essere colui che li ha portati a comprendere questo ma di fatto ora sono senz’altro più aperti a questo genere di sperimentazioni. Comunque, sul sito di Adobe è uscito persino un articolo a proposito di Scriptographer, Hektor e di altri progetti che ne condividevano lo spirito. In qualche modo, Hektor è stato la continuazione di questa idea originaria. Come successivo sviluppo orientato a rompere ancora maggiormente con le rigidità imposte dai computer, ho deciso di dare vita a una periferica che potesse lavorare sempre con la grafica vettoriale trasformandone l’estetica tipica in qualcosa di radicalmente diverso. La genesi di Hektor ha a che fare con il mio antico fascino per le curve generate dai PC, basate sulla descrizione matematica di una forma o di un tracciato. E quanto disegni a mano segui sempre un tracciato, la tua mano forma sempre un percorso. Così da lì il passo per far sì che la macchina seguisse quel percorso è stato breve. Ma quello a cui tenevo di più era che il mio applicativo potesse mantenere questa estetica approssimativa, imprecise che non lasciasse intuire chiaramente il risultato prima della fine dell’elaborazione anche se l’intero processo era governato da Illustrator secondo la sua chiara modalità abituale. Per questo quando disegni la tua mano è instabile, tremolante, perché devi disegnare per la macchina. Fondamentalmente stai solo disegnando comuni vettori ma devi stare attento, non puoi fare tutto e devi adattarti alla macchina. Di nuovo, si tratta di svelare un processo più che produrre un risultato.

SS: Hektor si basa anche sull’idea di lavorare con dei limiti…
JL: Esattamente. E con Hektor ancora più che con Scriptographer si può definire un processo o una piattaforma di servizi che permette di lavorare in un modo specifico. E ancora, ho potuto sfruttare questo sistema per lavorare con altre persone e osservare il modo in cui interagiscono con Hektor.

SS: Vuoi dire che intendi mettere questa applicazione a disposizione di chi vuole provare a utilizzarla?
JL: Non propriamente. In realtà molte persone vogliono lavorare con Hektor ma finora le collaborazioni sono state scelte con attenzione. Spesso sono io che invito qualcuno oppure altri mi propongono un’idea interessante…

SS: Qual è il progetto più interessante fatto con Hektor finora?
JL: Ci sono stati due lavori che ho particolarmente apprezzato. Il primo è questo murale che abbiamo realizzato con Goodwill in una galleria ad Amsterdam. Godwill ha avuto l’idea di utilizzare Compton, un pattern ripetibile per carta da parati – l’ultimo progettato da William Morris – riproducendolo per quattro volte su una parete bianca. Ciò che mi piace di questo lavoro è il fatto di partire da Morris al movimento art and crafts. All’inizio dell’era industriale Morris è stato probabilmente uno dei primi ad adattarsi alla tecnologia, sviluppando i suoi progetti a partire dalla macchina come nel caso di Compton. E qui abbiamo Hektor, all’estremo opposto della rivoluzione industriale con macchine che minacciano di diventare umane ma spesso non sono ancora sufficientemente precise. Siamo ora in una situazione radicalmente diversa ma ancora abbiamo bisogno di adattarci alle machine, dobbiamo lavorare con loro secondo specifiche modalità. Si tratta quasi di una riflessione sullo stato della tecnologia, sul cammino che sembra averci portato dove ora ci troviamo. Il secondo intervento che voglio citare è forse meno ambizioso. Risale allo scorso anno ed è stato fatto con Alex Rich, in Giappone. Abbiamo tenuto un paio di performance in grandi spazi aperti come parchi e simili. Qui Hektor è stato utilizzato più come un servizio a disposizione del pubblico, offerto a passanti e curiosi solo per qualche giorno. La macchina era montata su una parete su cui avevamo attaccato in precedenza dei grandi fogli bianchi. Lo scopo era fare ritratti spray delle persone attorno a noi. Prima le fotografavamo poi, in una quindicina di minuti, Alex disegnava con Hektor linee vettoriali molto semplici che riproducevano sul muro le foto. È stato un grande successo ed era interessante vedere le persone intorno che filmavano, scattavano foto per poi andare a casa con il loro ritratto. Abbiamo potuto testare l’impatto sociale di quest applicazione. Così sembra molto complicato ma l’esperienza diretta è senz’altro più semplice. Non si tratta semplicemente di disegnare un volto ma piuttosto di creare un’animazione. Le persone osservano l’immagine generata da Hektor mentre si costruisce e possono giocare a intuire quale frammento si comporrà prima e quale dopo. Di nuovo, anche con Hektor è più importante il processo del risultato finale.

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